Un altro problema che parte sempre dal Sud e spinge verso il Nord.

Un altro problema che parte sempre dal Sud e spinge verso il Nord.

Ieri abbiamo trattato in maniera chiara ed esaustiva la questione degli spostamenti di massa dall’ Italia verso l’estero, scrivendo: “Esportiamo “cervelli”, importiamo delinquenza e scabbia” (clicca qui). Oggi scriviamo di “un altro problema che parte dal Sud e spinge verso il Nord“.  Contenuti sorprendenti de “Il Sole 24 ore” che quando non fa da portaborse alle necessità della grande Industria, con i dati difficilmente sbaglia. Ed è emblematica questa suggestiva visione secondo la quale, scrive Maurizio Bartoloni: “se negli anni cinquanta e sessanta si emigrava al Nord con la valigia di cartone oggi lo si fa con una laurea in tasca”.

I 200mila laureati in fuga al Nord.

Secondo “Il Sole 24 ore“: “se negli anni del secondo dopoguerra a migrare era soprattutto giovane manodopera proveniente dalle aree rurali del Mezzogiorno, oggi sono laureati e studenti universitari (immatricolati fuori regione) a spostarsi dalle regioni meridionali e insulari, verso il centro-nord del Paese. Sono insomma i cosiddetti “best and brightest”- spiega lo studio curato da Gaetano Vecchione dell’università Federico II di Napoli – a fare la scelta di migrare. In particolare negli ultimi 15 anni il saldo della migrazione intellettuale italiana è risultato pesantemente negativo per le regioni del Mezzogiorno. Per effetto dei trasferimenti verso il Centro-Nord, si contano circa 200.000 laureati in meno tra i residenti del Mezzogiorno, senza considerare la crescente quota di pendolari a medio e lungo raggio dal 2000 ad oggi. Un brain drain per il Sud (e brain gain per il Nord) con un costo non indifferente: 30 miliardi. A stimare la perdita netta degli investimenti in istruzione delle Regioni meridionali è uno studio contenuto nel numero monografico della Rivista economica del Mezzogiorno diretta da Riccardo Padovani ed edita dalla Svimez che già pubblicato il 22 febbraio dedicato proprio alla «questione» dell’università nel Mezzogiorno.

Cifre sconfortanti!

A fronte di tanto lavoro che si potrebbe creare in loco, ancora “fuga di cervelli” verso il Nord Italia ed il Nord Europa. Mentre le campagne si spopolano ulteriormente aggredite anche dalla Xylella e da nuovi virus figli della globalizzazione la logica impone alle genti del Sud una scelta: forse è meglio abbandonare! questo avviene nel più completo sconforto anche per l’incompetenza della classi politica attuale che dal “regime degli asini”, gli asini li ha portati “ai vertici del regime”.

A fronte di tanto lavoro nel settore del turismo con i suoi 2000 chilometri di coste (escluso le isole), le bellezze naturali e paesaggistiche, l’enogastronomia, è impossibile che ci sia solo la mafia locale a credere negli investimenti? E potremmo andare avanti all’infinito.

Il fenomeno ha assunto «connotazioni preoccupanti» – spiega l’indagine- , soprattutto se si considera che nel 2015 ben il 25% dei migranti totali da Sud a Nord erano laureati rispetto al solo 5% nel 1980 e che nel 2016 il 40% dei residenti al meridione iscritti presso un corso di laurea magistrale, si è spostato presso un ateneo del Centro-Nord. Con alcune regioni che presentano tassi di uscita assai più elevati di altre: se in Abruzzo è solo il 4%, in Campania è il 23%, in Sardegna il 36%, in Sicilia il 43%, in Puglia il 51%, in Calabria il 53%, in Molise il 61% e in Basilicata addirittura l’83%. Nel complesso secondo i dati dell’Anagrafe studenti del Miur, tra il 2004 e il 2015, il numero di immatricolati residenti al Sud ma iscritti ad un corso di laurea (triennale e ciclo unico) al Centro-Nord è passato dal 18% al 26% del totale degli immatricolati meridionali (con quelli magistrali che hanno raggiunto quota 38% . (fonte de il Sole 24 ore) 

Un fallimento totale!

Nel focus pubblicato dalla Rivista economica del Mezzogiorno pubblicata da Svimez c’è anche un articolo di Paolo Sestito e Roberto Torrini di Banca d’Italia che lancia una proposta: creare una riserva di fondi a favore degli atenei del Sud. In termini di risorse, le università meridionali ricevono circa il 31% dei fondi pubblici, ma registrano ricavi complessivamente inferiori (29%), a causa soprattutto delle minori entrate delle tasse pagate dagli studenti e da finanziamenti da altri soggetti pubblici locali, privati o istituzioni internazionali. Nel complesso tutto ciò si traduce in un minor livello di risorse economiche, che, in rapporto agli studenti iscritti regolari, risultano di circa l’11% inferiori alla media nazionale. Uno squilibrio che si è accentuato negli ultimi anni per la riduzione delle risorse pubbliche e per il calo delle iscrizioni agli atenei del Sud che rischia di dividere le università in due categorie: serie A e B. 

Questa proposta, ossia quella di creare una riserva di fondi a favore degli atenei del Sud servirebbe nel quadro di un riordino generale delle politiche dello Stato, dove l’Università ed il ciclo di studi, dovrebbero essere indirizzate nel creare nuove professionalità lì dove c’è bisogno. Dove c’è “lavoro nuovo”: nelle emergenze sociali di un paese che invecchia, nell’agricoltura a condizione di criteri e meccanismi che stimolino l’innovazione e il processo di miglioramento della produzione agricola, nel settore del turismo e del benessere. Ma se ci volessimo addentrare anche sulle politiche del benessere e dei servizi alla persona, ecco che il destino del Sud si intreccia ancora una volta con delle scelte ormai improcrastinabili in materia ambientale.

E qui rilanciamo ancora una volta con forza e con determinazione il nostro progetto per il Sud, del quale già abbiamo ampiamente scritto e documentato. Ma sul quale ancora tanto c’è da fare e da dire, perché è anche dalla nostra visione che parte da Sud,  la voglia di rilanciare la nostra sfida a questa Europa.

 

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