Al termine dello speciale su Rauti, questi spunti. Come sempre, per continuare a volare alto! 

Al termine dello speciale su Rauti, questi spunti. Come sempre, per continuare a volare alto! 
Editoriale di Giovanni De Luca
Editoriale di Giovanni De Luca

Quando ho comunicato alla redazione di TERZA VIA la volontà di pubblicare sotto forma di “speciale” un documento di straordinaria importanza come l’inserto de “iL BORGHESE” dell’aprile 1972 dal titolo: “Una congiura giudiziaria” – sottotitolo: “Il Caso Rauti“, non c’è stato nessuno che non abbia compreso il senso della mia volontà. Mentre, andando in giro per l’italia, più di qualcuno mi ha sottoposto l’interrogativo sul ‘che senso avesse, a distanza di oltre quarant’anni, rivangare fatti storici che a tratti potrebbero apparire anche inopportuni’. 

Ho risposto: “lo stesso senso del pubblicare gli editoriali del Segretario“. Chi ha potuto ha intuito, chi ne ha avuto le doti ha compreso, non c’è bisogno dunque di sottolineare l’importanza della ricerca storica, della riproposizione culturale, del tentativo di spingere una comunità come la nostra ad andare avanti “mantenendo le posizioni“. Quelle posizioni di evoliana memoria e di trincea ideale, ma anche di posizionamento tattico nella battaglia d’attualità. “Qualunque cosa accada, le posizioni devono essere mantenute, perché in ogni caso parte essenziale deve essere l’eredità ideale di coloro che ieri, pur sapendo perduta la battaglia, si tennero sul loro posto e combatterono”, scrisse Julius Evola.

Proprio in un momento storico-politico carico d’importanti trasformazioni, il rischio più grande che si corre è quello che la comunità politica, quella militante nel senso più squisito del termine, non comprenda che ci sono schemi nuovi, linguaggi nuovi, metodi nuovi da adottare “sfaldandosi”. Ne abbiamo scritto ampiamente su TERZA VIA e forse non basta. Sono tante le difficoltà di ritrovarsi non solo “rautiani” senza Rauti, ma di esserlo nell’epoca in cui ogni analisi politica va strutturata in maniera ancora più complessa del passato, senza una guida autorevole riconosciuta o investita, con la difficoltà di interpretare il cambiamento, di prendere il timone per “indirizzare la barca” verso la nostra visione del mondo.

E pur ci cimentiamo in questo tentativo arduo ed ambizioso, navigando con non pochi timori, curiosi come siamo, nel pieno dell’era globale dove l’azione (anche politica) corre “veloce” e bisogna essere organizzati, rapidi, incisivi. In questo mutare delle cose, bisogna saper cavalcare l’onda e tenersi “a galla” nel mare della globalizzaione. Diversamente si rischia di smarrire il fine ultimo della battaglia politica, di snaturarsi e di finire travolti in questo mare che è sempre in tempesta, di essere fagocitati da logiche massificatrici, livellatrici, appiattiti su schemi che il sistema (e la massa) accettano perché assodati, esempio schierarsi in poli tradizionali – fra l’altro superati – come quello liberale, conservatore, o meramente populista. Sono solo gabbie del sistema a noi arcinote.

Ed ecco, allora,  la validità degli editoriali di Pino Rauti riproposti a distanza di decenni. Li pubblichiamo per “servirci” – nel senso più “genuino” del termine – di quelle “analisi” per cavalcare la tigre e continuare ad usufruire delle posizioni che se prima erano d’avanguardia, oggi ci permettono di “vivere” di rendita per continuare ad essere punto di riferimento  importante.

Ed ecco, ancora, l’importanza di porre rimedio ad un errore che l’uomo politico ha -ahinoi- compiuto, ossia, “rinchiudersi” in una sfera metapolitica anticipando i tempi essendo egli assurto ad una dimensione di conoscenze e di analisi “superiori”, tali da doversi spesso “trincerare” nella “Torre di evolina memoria” per approfondire, elevarsi in chiave metafisica, metapolitica e spirituale, a tratti, estraniarsi. Rauti, dall’alto della sua maturazione personale – che non è “veggenza” e nemmeno “stregoneria” – sia chiaro, ha precorso i tempi  grazie alla competenza ed alla visione d’insieme –organica, fatta di studi, di analisi dei dati disponibili, di statistica che dalla Torre “rautiana” gli hanno permesso di guardare le macerie di un mondo in disfacimento e senza compiacersene aspettando la fine del ciclo, per amore del bene comune, non esitò a gettarsi a capofitto nell’agone politico contribuendo con il carico di analisi sociali ed economiche al tentativo di modificarne il corso.  Era, però, completamente errato il calcolo dei tempi. Quegli schemi nuovi, quel linguaggio nuovo, quei metodi nuovi, suscitarono interesse e fecero “tendenza” su molti di noi, furono mal recepiti dall’ambiente circostante, non compresi dall’elettorato e per questo, egli divenne inevitabilmente guida politica di assoluto interesse per molti, fu accusato di eresia da alcune frange “amiche”, adocchiato con rancore dai nemici del tempo, schedato e guardato a vista/perseguitato dal sistema che vigile e perspicace, aveva intuito le sue capacità rivoluzionarie sotto il profilo culturale.

Il famoso mondo nemico del quale eravamo – ed a tratti siamo ancora – circondati, costruì il capo d’accusa.

Rauti non era il solito facinoroso, testa vuota che proponeva in chiave goliardica e “casciarona” stereotipi, simboli, modelli e tentativi “restauratori” fuorilegge. Non era un rigurgito della storia. Egli ben inserito nel solco della Tradizione e volle traghettare nel nuovo modello di Stato, ciò che più anti-Stato non poteva essere: l’etica, la morale, i principi giuridici che si fondano sulla ricerca della verità e della giustizia giusta; l’essenza del mondo classico nella elevazione aristocratica del pensiero, in sintesi: il merito; le trasformazioni sociali basate sul principio di equità affossando inesorabilmente l’utopia dell’uguaglianza indistinta. La cultura nel senso più alto del termine. Potremmo continuare. Non potendolo colpire sul piano della intelligente ed astuta valenza culturale, il “regime” pensò di andare all’attacco puntando sulla persecuzione, sulla mistificazione, sulla macchinazione e sulla menzogna. “I perché, di questa «carriera» in negativo, – dirà Rauti  in una intervista al Corriere della Sera del 16 febbraio 2006 sono tanti: «parliamoci chiaro: sono l’ unico politico italiano che è stato più volte in prigione. Uno contro il quale si sono levate le accuse di tutte le stragi italiane: piazza Fontana, stazione di Bologna, e Brescia. Ma io mi chiedo: possibile essere accusato di tre stragi? Tutto questo ha contribuito a crearmi intorno un’aura inquietante. Le persone, prima di conoscermi, hanno paura di me. Mi temono. Pensano di trovarsi di fronte il mostro. Poi però mi parlano, ed esco fuori dall’alone maledetto». E poi ancora, nel 2008 Rauti è rinviato a giudizio (concorso in strage) per la bomba neofascista di piazza della Loggia a Brescia (28 maggio 1974) che provocò otto morti e 108 feriti, dirà: «è la terza volta che mi accusano di un reato di strage. Prima quella di piazza Fontana, poi quella della stazione di Bologna. In entrambi i casi sono stato completamente assolto: anzi, chi mi accusava per la strage del 2 agosto è stato condannato per depistaggio. Adesso anche Brescia. E chi sono? Uno stragista a vita? (…) La verità è che io sono un caso limite di perseguitato politico: un perseguitato politico in servizio permanente effettivo. L’idea che mi sono fatta è che sia in passato sia adesso, le accuse contro di me hanno un motivo ben preciso: servono per facilitare il centrismo. Oggi come allora, la situazione italiana non è bella. Tanto vale dare in pasto all’opinione pubblica persone delle cosiddette due ali estreme, a sinistra e a destra, teste calde o peggio, stragisti “che spargono sangue”, per convincerla a sopportare. E vengono fuori le farneticazioni di certi magistrati». 

Di questa persecuzione Rauti ne comprende la portata sin dall’inizio, lo leggiamo da un suo scritto dal carcere di Treviso indirizzato agli amici intimi Marcello e Wilma Perina, il 28 marzo 1972: “questo, per favore, non ditelo a Brunella  sono molto scettico -a differenza degli avvocati – sulla possibilità che mi si rilasci prima del 7 maggio. C’è, oltretutto, una visibilità inquisitoria e procedurale con la quale bisogna fare i conti, e non sono  mai tempi brevi. E poi vi pare che, una volta capitato di avere fra le grinfie chi, come me, sembra diventato un “personaggio”, la progressista magistratura milanese se lo lasci sfuggire in pieno periodo elettorale? Tutto può essere, intendiamoci, ma non ci credo. Anzi, mi aspetto di essere trasferito da un momento all’altro proprio a Milano. Perché, tra l’altro, mi si dovrà pur interrogare seriamente. Cosa che ancora non è avvenuta. Comunque, Milano o Treviso cella è. [….] Rauti nel frattempo è candidato per il Msi alla Camera dei Deputati e sarà costretto a fare campagna elettorale da dietro le sbarre del sistema: “al complotto rosso o di regime” c’è una sola risposta, ed è quella del voto. Perché solo uscendo da questa strettoia potrò combattere ad armi non del tutto impari contro questa allucinante macchinazione. Nient’altro per ora. […] State certi che non mi abbatto. Tutto questo, anzi, mi tempra, al di là dell’umana angoscia per la famiglia”. 

Sono quelle scelte di “campo” vitali. Ci si schiera dalla parte dei vinti, secondo la visione di Bertolt Brecht “dalla parte del torto”, perché non si può rimanere indifferenti davanti alla prepotente violenza del “regime”. Lo si fa per sete di giustizia, coerenza e senso di appartenenza a determinati principi e valori che compongono tutta intera, la nostra enciclopedia della “continuità ideale”. Anche per questo Rauti sentì la necessità di affermare al congresso di Fiuggi del 1995, un passaggio cruciale nel suo intervento “ma valeva la pena aver fatto la marcia su Roma, il corporativismo, la socializzazione e la Repubblica Sociale Italiana per poi andare a completare il regime di destra sul versante di destra e fare la destra conservatrice? Potevamo farlo prima! E se noi quello che oggi si vuole fare lo avessimo fatto nel ’48, 49 nel ’50 saremmo stati ministri sin da allora senza esporci su tante trincee come abbiamo fatto noi e i nostri giovani in tutti questi anni. Ma pensate se Almirante avesse fatto questa operazione: sarebbe diventato Presidente delle Repubblica ma lui ci diceva – a me disse, a noi disse, perché io sono stato avversario, leale, di Almirante in tante polemiche ma anche suo vice segretario per un lungo periodo e lo considero il più fervido e il più bello della mia vita – ci diceva sempre: “Ci sono le colonne d’Ercole che noi non possiamo superare”. Perché anche allora c’era la tentazione dell’andare a fare la stampella del regime mentre Almirante ci parlava di corporativismo, di alternativa corporativa, di alternativa al sistema per spronarci, per mandarci avanti, per tenerci in piedi”.

E’ a questa battaglia di posizionamento che si deve guardare ancora oggi, perché nel calderone della destra che si completa a destra, nel partito conservatore noi non ci vogliamo finire. 

Su vasta scala essa è battaglia di alternativa a tutto quello che è rimasto -ancora per poco si spera – in piedi. In un mondo alla deriva, questo messaggio ha accompagnato tutta intera, l’esistenza di un uomo e quella generazione. Il dramma della persecuzione ha coinvolto, di riflesso, anche le nostre vite. Le accuse infami e vigliacche del “regime” che lo hanno trasformato in caso limite di perseguitato politico: un perseguitato politico in servizio permanente effettivo, lo hanno inchiodato a “mezz’aria”, come scrisse qualcuno “tra la politica e la cultura, ma contribuì a farne un pezzo di storia della destra, e non la peggiore”. Se noi non mantenessimo fermo il comando, come il soldato di Pompei fece, secondo il quale la leggenda narra di questa sentinella romana che nel 79 d.C. restò ferma al suo posto di guardia, incurante dell’eruzione vulcanica, fino a rimanere sepolta, verremmo di conseguenza, meno, al senso dell’obbedienza a quell’insieme di regole non scritte, proprie del mondo eterno della Tradizione. E verremmo meno a noi stessi.

Pensate che Rauti a me disse, a noi disse, nella riunione dello “sciogliete le righe” il 30 maggio del 2008 presso l’Hotel Massimo d’Azeglio a Roma, “di continuare dove sentivamo prossima la nostra “casa”, stante la sua impossibilità  di proseguire, fra malanni dell’età ed il peso del rinvio a giudizio per la strage di piazza della Loggia a Brescia (28 maggio 1974), ne fu inquisito ed il 15 maggio 2008 rinviato a giudizio (accuse dalle quali fu asolto “per non aver commesso il fatto“, il 16 novembre 2010, esattamente due anni prima della sua dipartita terrena, di  poco preceduto in gloria dalla sua amata Brunella). Ma in quell’ultima riunione ci disse di “continuare“, non di ammainare i vessilli. E facendo tesoro delle sue ultime parole, ci accingemmo a farlo nella maniera in cui, nelle conclusioni, da qui a breve enuncerò.

Intervista a Pino Rauti: coerenza e fedeltà, Tratto da La Mosca Bianca di Stefano Pantini, alla domanda 28: “Lei è sempre stato in prima linea, dove è che ha sbagliato?” Rauti rispose: “Ho sbagliato tante volte; tante che neanche me le ricordo tutte. In 50 anni di vita politica a Roma a Strasburgo a Bruxelles, non poteva non accadere,sarebbe stato strano – impossibile – il contrario. Se mi si domandasse qual è stato lo sbaglio più grosso,mi rifarei – Come detto in qualche altra occasione – di non entrare in AN a Fiuggi. Forse – dico forse, e sottolineo il dubbio perché siamo davvero nel campo dell’opinabile – se fossi rimasto “là dentro” avrei potuto essere più facilmente un punto raggiungibile di riferimento politico”.

Affinché quelle idee e quel patrimonio non fossero disperse nel mare dell’inconsistenza politica, peggio ancora per non andare “a finire” nella marginalità politica dietro il nostalgismo più bieco e la negazione del nostro essere, in un mero sventolio di bandire, ecco perché quando abbiamo “deciso di accasarci dove ritenevamo più opportuno” abbiamo deciso di farlo nel partito che meglio rappresenta, con tutte le sue contraddizioni “la nostra casa”: Fratelli d’Italia.

Lo abbiamo fatto per un senso di appartenenza in continuità con la destra parlamentare (per non commettere l’errore della inutilità extraparlamentare) e per affinità di vedute con una certa area politica, “qua dentro potremmo essere più facilmente un punto raggiungibile di riferimento politico“. Ecco perché, tenendo fermo il nostro senso di appartenenza ad una storia e ad un percorso, a fronte del nostro voto contrario all’adesione del movimento del sionista Bannon ed alla creazione del polo “conservatore”, con tutto il trascorso poc’anzi accennato, per l’alternativa socialpoplare, finché ci sarà nel simbolo la fiamma tricolore, lotteremo.

Alternativa che non si realizza facendo incetta di democristiani riciclati. Noi dal nostro canto lasciamo ai posteri questi spunti. Come sempre, per continuare a volare alto! 

 

 

 

 

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.