2 Giugno, Festa della Repubblica. Ma l’Italia è sotto attacco

 

Editoriale di Giovanni De Luca

Editoriale di Giovanni De Luca

Il 2 Giugno ricorda il referendum con cui gli italiani scelsero fra Repubblica o Monarchia. Una scelta compita in un clima da guerra civile, tra le macerie dei bombardamenti alleati, con centinaia di migliaia di italiani dispersi sui campi di battaglia, intere province sotto governo militare straniero, migliaia di italiani ancora sparsi per i campi di prigionia in tutto il mondo che non ebbero l’opportunità di votare. Non si votò nella provincia di Bolzano, ancora annessa alla Germania; a Pola, Fiume e Zara, tre città italiane prima della guerra, ma che sarebbero passate alla Jugoslavia; a Trieste, sottoposta ad amministrazione internazionale e al centro di un complicato contenzioso diplomatico che si sarebbe risolto soltanto nel 1954.

Per anni fu resa una “festa mobile”, fatta ricorrere la prima domenica di Giugno a causa della crisi economica e per non perdere un giorno lavorativo. Nel 1976 la parata militare era stata annullata a causa del terremoto del Friuli Venezia Giulia. Nel 2000 il secondo governo Amato, su iniziativa del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, si ristabilì la data. Oggi, il cerimoniale ufficiale della Festa della Repubblica prevede che il Presidente della Repubblica deponga una corona d’alloro in omaggio al Milite Ignoto, all’Altare della Patria che si trova a Roma in piazza Venezia. Lungo i Fori Imperiali a Roma si svolge poi la sfilata delle forze armate. Oltre all’Esercito Italiano, alla Marina Militare, all’Aeronautica Militare e ai Carabinieri, alla parata partecipano anche la Guardia di Finanza, la Polizia, i Vigili del Fuoco, la Guardia Forestale, la Croce Rossa Italiana e alcuni corpi della Polizia Municipale di Roma e della Protezione Civile.

Ed ogni anno, dal 2000 ad oggi, non mancano le polemiche scaturite da un antimilitarismo palese, contraddistinto da una cultura di odio contro l’Italia, strisciante. Questo opinabile risentimento riguarda anche alte cariche dello Stato che, inevitabuilmente, minano l’immagine, l’autorevolezza e la credibilità internazionale. Il Presidente della Camera Roberto Fico dedica il 2 Giugno al tema dell’inclusione delle minoranze, tema peraltro già richiamato dalla ministra della Difesa Elisabetta Trenta: “Oggi è la festa di tutti quelli che si trovano sul nostro territorio,  è  dedicata ai migranti, ai rom, ai sinti, che sono qui ed hanno gli stessi diritti“, afferma Fico. Replica il Ministro dell’Interno Matteo Salvini:dedico la Festa della Repubblica all’Italia e agli Italiani, alle nostre donne e uomini in divisa che, con coraggio e passione, difendono la sicurezza, l’onore e il futuro del nostro Paese e dei nostri figli”.

Normale dialettica politica,  se queste forze non fossero al Governo dimostrando un’assoluta incoscienza e profonda mancanza di rispetto verso l’Italia e gli italiani.  Il valzer delle polemiche non esclude nessuno, infine il Presidente della Repubblica Mattarella, cerca di smorzare i toni: “L’inclusività è un impegno che ben rappresenta i valori scolpiti nella nostra Carta Costituzionale, che sancisce che nessun cittadino può sentirsi abbandonato, bensì deve essere garantito nell’effettivo esercizio dei suoi diritti“.

Indubbiamente. Se non fosse vero, però, che il richiamo a quelle minoranze è del tutto fuoriluogo nel momento in cui molto spesso si pongono fuori dalle leggi della Repubblica e da precisi doveri che dovrebbero riguardare, indistintamente, tutti i cittadini. Renderci  veramente uguali come recita la Costituzione. La difesa politica di quelle minoranze da parte di forze tradizionalmente anti italiane non ci turba ed al contempo non ci vede rassegnati. Ci indispone, invece, che massimi rappresentanti dello Stato abbiano equiparato il diritto alle celebrazioni degli integerrimi servitori dello Stato, a culture e modi di fare spesso opinabili. Pessimo esempio per tutti ed alibi per molti nostri connazionali che traggono, nella tolleranza dello Stato verso i già citati, un alibi per venir meno ai propri doveri: “se loro lo possono fare, anche noi”. Tutto sbagliato.

Ma c’è qualcosa che preoccupa più di queste stupide e stucchevoli proteste. 

E’ l’attacco forsennato alla nostra unità nazionale, messo in campo da forze più o meno visibili e che riguarda ogni esplicazione della vita economica, sociale e culturale della Patria. Un’analisi va fatta, partendo dalla simbologia, dall’emblema della nostra Repubblica. Si capirà meglio l’entità della crisi. 

Il ramo di ulivo è chiamato a simboleggiare la pace. Ma per la prima volta nella storia delle Repubblica, proprio contro le piante d’ulivo è in atto il più grande attacco della “globalizzazione” alla natura, alla morfologia, al patrimonio genetico della nazione. Una guerra globale contro le specificità e le tradizioni. Un attacco che non ha precedenti nella storia di questa nazione. Di fronte a questa nuova tipologia di guerra, più o meno dichiarata, i governi nazionali (peggio ancora quello europeo) si sono fatti trovare totalmente impreparati. Più che sorpresi, spesso sblorditi, inermi, ammutoliti.  O complici?

La ruota dentata d’acciaio simboleggia il lavoro. Un dramma.  “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro“, mentre il tasso di disoccupazione giovanile è fra i più alti. Ora registriamo anche l’espulsione dal ciclo produttivo degli adulti che non hanno raggiunto la soglia pensionistica stabilita. Un ulteriore fardello che rischia di far sprofondare la nazione in uno scontro generazionale senza precedenti. Viviamo con preoccupazione l’inevitabile precarietà dell’attuale sistema democratico. Tutto questo è voluto?

La stella è il simbolo patrio italiano dai tempi dell’Antica Grecia. Mai come in questi ultimi decenni, l’impostazione classica, la cultura europea e mediterranea, sono minate da principi economici liberali e anti sociali. La finanza, il tecnicismo, le lobby della sovversione dominano e negano i principi fondamentali delle libertà individuali. Il nichilismo ha preso il sopravvento e con esso il relativismo etico che porta verso l’appiattimento delle libere coscienze, verso la massificazione, l’annullamento del senso critico individuale ed alla disfatta della comunità anche nazionale.

Il ramo di quercia simboleggoa la forza e la dignità del popolo italiano. In quest’ultimo trentennio dopo la caduta del Muro di Berlino, precisamente dall’entrata dell’Italia nell’euro, il popolo italiano è stato svilito, umiliano, sacrificato sull’altare degli interessi extranazionali e di una ristretta elité di burocrati al servizio della finanza internazionale e del grande capitale. I suicidi sono il culmine di un lungo periodo di depressione individuale e collettiva, dal quale l’Italia non riesce a venire fuori.

Qui si impone il quesito dei quesiti: che fare?

Bisogna ripartire dalla nostra Costituzione. Dall’articolo 3, la partecipazione dei lavoratori come tali all’organizzazione politica, sociale ed economica del paese; dall’art. 4 cpv. il lavoro come dovere sociale, il salario proporzionato al lavoro prestato alle esigenze della vita, unitamente al massimo di ore lavorative all’art. 36.

E per uscire definitivamente vittoriosi sui nostri avversari, superare le utopie dei “Padri Costituenti”, dando sostanza e forza  ai cardini Costituzionali, dimostrando la validità delle nostre argomentazioni contenute nella seconda parte della Costituzione. Principi adottati, promulgati e mai attuati: prima di tutto l’art. 46, la partecipazione del lavoro alla gestione dell’impresa. Ed ancora: l’art. 41 la funzione economica; l’art. 42 la funzione sociale della proprietà; nello “Statuto Albertino” che reggeva la democrazia parlamentare precedente al ventennio, di riforme in tal senso non v’è traccia, questi elementi hanno fatto la loro comparsa dopo.

Insomma, per alzare gli scudi e difendere la nostra nazione sotto attacco, bisognerebbe ripartire dallo Stato Nazionale del Lavoro. Peccato che oltre noi, nessuno ne voglia prendere atto. Mentre l’Italia invecchia e muore.

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